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STRAGE VIA D'AMELIO, BOLZONI:" BORSELLINO VOLEVA TESTIMONIARE MA NESSUNO GLIELO HA CONSENTITO"

 

19 luglio 1992, era una tranquilla e calda domenica fino alle 16.58. A quell'ora un altro attentato squarciò Palermo e l'Italia intera. Una bomba uccise Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Erano trascorsi appena 57 giorni sdalla strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini che lo accompagnavano.

L'ordigno era stato piazzato sotto casa della mamma del giudice. Dopo 25 anni, oggi si ricorda un vero servitore dello Stato che, insieme, a Falcone rappresentavo uno dei patrimoni etici, umani e giuridici che l'Italia abbia mai avuto. Patrimonio che " qualcuno" ha voluto annientare.

A Radio Kiss Kiss Italia Ida Di Martino lo ha ricordato insieme ad Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, che si occupa di mafia.

"Quel giorno ero lì, ero a Palermo. Ricordo che era un inferno perché arrivai 10/20 minuti dopo e la scena del crimine non era recintata. C'erano centinaia di persone che calpestavano resti di cadavere, copertoni di auto. Come prima immagine ho visto un signore che non era un poliziotto o un carabiniere che aveva in mano il paraurti di una macchina sventrata. Nessuno si era preoccupato di recintare la scena del crimine. Quindi ho visto tante persone che toccavano tante cose. Incredibile. Tutto è avvenuto cinquantasette giorni dalla strage di Capaci per cui eravamo anche sgomenti"

Ma se l'attentato a Falcone scioccò l'Italia intera, quello di Borsellino è stato ancora più crudele. Sapeva che sarebbe accaduto, forse non così presto, e aveva fretta. Perché?

"Cosa avesse intuito non lo sappiamo. Sappiamo solo che era il testimone, era l'erede di Falcone, era il suo migliore amico. Nonostante tutto questo nei cinquantasette giorni non è stato mai ascoltato dai magistrati che indagavano sulle stragi. Nel suo ultimo discorso pubblico del 25 giugno disse ho tante cose da dire ma nonostante questo non è stato mai formalmente ascoltato dai procuratori di Caltanissetta che si occupavano di Capaci. Aveva chiesto di essere applicato a Caltanissetta per seguire le indagini. Ma l'allora vicepresidente del Csm Galloni disse che non era opportuno perché era troppo legato a Falcone. Voleva testimoniare ma nessuno ma non ha mai testimoniato. Ed è questo uno degli aspetti più oscuri della strage di Via d'Amelio e di quei cinquantasette giorni"

" Ciò che è stato fatto contro il busto di Falcone e la stele di Livatino in questi giorni non sono segnali di mafia, ma è inquietante perché sono segnali di mafiosità,. Se fossero mafiosi si potrebbero individuare. Sono stati fatti tanti passi avanti in Sicilia, soprattutto a Palermo da un punto di vista culturale ma evidentemente non sono sufficienti. C'è un'ostilità crescente nei confronti di alcuni simboli dell'antimafia"

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