Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente tornano a far tremare i mercati energetici e, di riflesso, il settore del trasporto aereo. Al centro delle preoccupazioni c’è lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici al mondo: da qui transita una quota significativa del petrolio globale. La chiusura, per ora temporanea, sta già facendo sentire i suoi effetti immediati sul prezzo del greggio e, di conseguenza, sul costo del carburante per gli aerei.
Il jet fuel rappresenta infatti una delle voci di spesa più rilevanti per le compagnie aeree. Un aumento improvviso dei prezzi potrebbe tradursi rapidamente in biglietti più cari, riduzione delle rotte meno redditizie e una generale contrazione dell’offerta. Le tratte più lunghe o quelle che collegano Europa e Asia potrebbero essere tra le più esposte, sia per i costi operativi sia per eventuali necessità di riprogrammazione. Negli ultimi anni, molte compagnie hanno cercato di proteggersi attraverso strumenti finanziari come l’hedging, che consente di “bloccare” il prezzo del carburante in anticipo. Tuttavia, in scenari di crisi prolungata o particolarmente acuta, anche queste strategie possono non essere sufficienti a contenere l’impatto. Per i passeggeri, il rischio non è tanto quello di uno stop improvviso dei voli, quanto piuttosto di un aumento dei prezzi e di una minore flessibilità nelle offerte. In vista dell’estate, il consiglio degli esperti è di monitorare l’andamento dei costi, valutare tariffe flessibili e pianificare con attenzione. In un contesto globale sempre più instabile, il trasporto aereo conferma la sua vulnerabilità alle dinamiche energetiche: ciò che accade in uno stretto di mare a migliaia di chilometri di distanza può avere effetti concreti sulle vacanze di milioni di persone.
A Radio Kiss Kiss Italia ne abbiamo parlato con Andrea Giuricin, esperto di economia dei trasporti e professore all’università Bicoccca di Milano