Un’aggressione maturata a scuola, ma con una parte della storia che potrebbe essere cominciata molto prima, dentro uno smartphone. È questo uno degli aspetti più inquietanti dell’accoltellamento della professoressa Isabella Marsilio, aggredita il 18 settembre in una scuola media di Centocelle da un suo alunno di 13 anni. Il ragazzo ha confessato l’aggressione, spiegando agli investigatori di aver sviluppato un forte rancore nei confronti della docente per i brutti voti. Ma per gli inquirenti il movente personale potrebbe non essere l’unico elemento della vicenda. Il cellulare del ragazzo è stato sottoposto a copia forense, così come altri dispositivi, e l’obiettivo è ricostruire la rete di contatti che il tredicenne aveva sviluppato online.
Poco prima dell’aggressione, il ragazzo avrebbe avviato una videochiamata su Telegram con altri utenti. Gli investigatori stanno cercando di identificarli: sono cinque persone, per ora nascoste dietro nickname, che avrebbero assistito alla preparazione e, secondo le ricostruzioni, alla diretta dell’aggressione. Si cerca anche di capire chi abbia eventualmente registrato e successivamente diffuso le immagini. Ed è proprio qui che l’indagine assume una dimensione internazionale. Secondo le notizie riportate in queste ore, tra i contatti della rete Telegram ci sarebbero ragazzi italiani, francesi e russi e gli investigatori stanno verificando anche l’eventuale presenza di account riconducibili alla Russia. Si tratta però, al momento, di una pista investigativa, non della dimostrazione di un coinvolgimento di autorità o apparati russi.
C’è poi un altro elemento che gli investigatori stanno approfondendo: i contenuti frequentati dal tredicenne sui social. Secondo le ricostruzioni pubblicate da diverse testate, nei suoi profili comparivano materiale violento, contenuti misogini e riferimenti alla cosiddetta True Crime Community, una galassia online nella quale alcuni utenti arrivano a celebrare o romanticizzare autori di stragi e assassini. Gli investigatori stanno verificando anche l’ipotesi che il ragazzo sia entrato in contatto con ambienti suprematisti. L’ipotesi è che gruppi o singoli utenti possano cercare online ragazzi vulnerabili, alimentarne rabbia e frustrazione e trasformare progressivamente il consumo di contenuti violenti in un coinvolgimento più diretto. È una pista investigativa sulla quale sono in corso accertamenti, non una responsabilità già giudiziariamente accertata.
È qui che il caso di Centocelle pone una domanda che va oltre la singola vicenda: quanto possono incidere gli ambienti digitali sulla radicalizzazione di un adolescente?
Il punto non è sostenere che un social “causi” automaticamente la violenza. La relazione è molto più complessa. Ma una piattaforma può diventare il luogo nel quale una persona già arrabbiata incontra contenuti sempre più estremi, entra in comunità che normalizzano l’odio, trova persone che rafforzano le proprie convinzioni e, in alcuni casi, passa dal consumo dei contenuti all’azione. È proprio il meccanismo della radicalizzazione online a essere oggi al centro dell’attenzione: non più soltanto propaganda diffusa dall’alto, ma anche comunità frammentate, chat private, meme, video e relazioni personali costruite dietro uno schermo. E il caso di Centocelle aggiunge un elemento particolarmente inquietante: la violenza non sarebbe stata soltanto preparata online, ma pensata anche come contenuto da mostrare a un pubblico.
La domanda sulla responsabilità delle piattaforme diventa quindi inevitabile. Quanto devono fare per impedire che un minorenne finisca dentro circuiti di contenuti estremi? Quanto devono essere efficaci i sistemi che individuano account e comunità che incitano alla violenza? E soprattutto: quanto è facile per un ragazzino aggirare i limiti di età e costruirsi un’identità digitale completamente diversa da quella che gli adulti conoscono?
Non è un caso che proprio nei giorni dell’aggressione la Commissione europea abbia presentato l‘EU Kids Act, proposta che punta a rafforzare la protezione dei minori online, introducendo tra le altre cose un limite di 15 anni per l’apertura autonoma di un account sui social e chiedendo alle piattaforme di dimostrare che i propri servizi siano sicuri e adeguati all’età degli utenti.
Centocelle ci mette davanti, dunque, a un confine sempre più difficile da individuare: quello tra ciò che accade nella vita reale e ciò che accade sullo schermo. Perché un ragazzo può entrare in una classe con un coltello, ma prima di arrivare fin lì può essere passato attraverso una lunga sequenza di video, chat, provocazioni, comunità virtuali e persone sconosciute. E capire chi c’era dall’altra parte dello schermo è oggi una parte fondamentale dell’indagine. Il caso di Centocelle riporta al centro anche una battaglia che da tempo porta avanti Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva: quella contro un modello digitale costruito per trattenere bambini e adolescenti davanti allo schermo il più a lungo possibile A Radio Kiss Kiss Italia ne abbiamo parlato proprio con il Prof. Pellai