Quando l’arte diventa una medicina, Annalisa Cicerchia a KKI: “La cultura entra nella ricetta del benessere e della salute”

E se, accanto a un farmaco, il medico ci prescrivesse una visita al museo, un concerto o un laboratorio di danza? Quella che potrebbe sembrare un’idea originale è in realtà una nuova frontiera del welfare: la prescrizione culturale, un modello che riconosce all’arte e alla partecipazione culturale un ruolo concreto nella prevenzione, nella cura e nel benessere delle persone.

In Italia il fenomeno è in crescita e a raccontarne le dimensioni è la prima indagine nazionale sulle pratiche di welfare culturale, realizzata dal Cultural Welfare Center in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo. Sono ben 918 le organizzazioni attive sul territorio nazionale, tra musei, ospedali, associazioni, cooperative sociali e realtà del Terzo Settore, impegnate a utilizzare la cultura come strumento di salute mentale, fisica e sociale.

“La cultura diventa ingrediente attivo di un sistema di welfare più ampio”, spiega Annalisa Cicerchia, che ha approfondito i risultati della ricerca. Un cambiamento importante nel modo di concepire la salute, che non riguarda più soltanto la cura della malattia, ma anche la qualità della vita, le relazioni, la solitudine e la possibilità di ritrovare un ruolo attivo nella comunità.

I risultati dell’indagine sono incoraggianti. Il 96% delle persone coinvolte completa i percorsi e il 75% dei progetti raggiunge gli obiettivi di benessere dichiarati. Ma c’è un elemento particolarmente interessante: i benefici maggiori si registrano quando le persone non sono semplici spettatrici, ma diventano protagoniste di un’esperienza. Non soltanto ammirare un’opera d’arte, dunque, ma dipingere, danzare, scrivere, costruire qualcosa insieme agli altri. La cultura, insomma, non come passatempo, ma come occasione per rimettersi in gioco, ritrovare relazioni e contrastare l’isolamento.

Un’opportunità che potrebbe rivelarsi preziosa soprattutto per le persone più fragili, dagli anziani a chi convive con patologie croniche, fino a chi sperimenta solitudine o disagio psicologico. Eppure proprio qui emerge una delle principali contraddizioni: chi avrebbe maggiormente bisogno di queste esperienze non sempre riesce ad accedervi. La ricerca evidenzia infatti un significativo divario territoriale: Nord e Sud non dispongono delle stesse opportunità.

C’è poi il problema dei finanziamenti e della continuità dei progetti. Il 28% delle organizzazioni lavora senza risorse strutturate e soltanto il 24% dispone di un link worker, una figura fondamentale per accompagnare le persone verso le opportunità culturali presenti sul territorio. Si tratta di un vero e proprio ponte tra il mondo sanitario e quello culturale, capace di aiutare soprattutto chi, per fragilità personali o difficoltà sociali, non riuscirebbe a orientarsi autonomamente.

La prescrizione culturale, intanto, sta guadagnando anche un riconoscimento istituzionale. Il Protocollo d’intesa siglato il 22 aprile 2026 tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute va nella direzione di una maggiore integrazione tra questi due mondi, riconoscendo il valore della cultura come strumento di prevenzione e cura.

La sfida, adesso, è trasformare le tante esperienze già esistenti in un sistema stabile, capace di raggiungere tutti e non soltanto chi vive nei territori più attrezzati o possiede maggiori risorse. Perché se è vero che la cultura può contribuire a farci stare meglio, non dovrebbe diventare un privilegio.

E forse dovremmo cominciare a considerare musei, teatri, biblioteche e laboratori artistici non soltanto luoghi da frequentare nel tempo libero, ma anche spazi di salute. Perché a volte una visita al museo non cambia soltanto il nostro modo di guardare un’opera, ma anche quello di guardare la vita.

A Radio Kiss Kiss Italia ne abbiamo parlato con Annalisa Cicerchia, economista della cultura e studiosa di welfare culturale.

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