Giornata contro la violenza sulle donne, la Senatrice Valeria Valente a KKI:”basta parlare di raptus, impariamo a cogliere i segnali”

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Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un tema che diventa sempre più drammatico. Vari gli studi e le relazioni fatte per cercare di capire e punire il femminicidio. I  dati che vengono fuori sono impietosi. Dall’inizio del 2021 sono 109 le donne uccise per mano degli uomini, molto spesso si tratta di violenze non denunciate. A Radio Kiss Kiss Italia ne abbiamo parlato  con la Senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio.

Ida: buongiorno Senatrice

Valente: buongiorno a voi!

I: i dati del femminicidio dall’inizio dell’anno sono davvero preoccupanti, 109 le vittime, sono in aumento. Voi averte preso in esame un biennio per questa relazione. Cosa è venuto fuori?

V: 2017-2018 sono gli anni che abbiamo analizzato per avere certezza delle pronunce giudiziarie. Soltanto rispetto a quegli anni abbiamo visto sentenze passate quasi sempre in giudicato quindi sappiamo di che parliamo perché abbiamo la certezza dei dati. Ecco perché siamo andati un po’ indietro nel tempo. Che cosa abbiamo visto? Innanzitutto tre dati più significativi: il primo è quello a cui lei faceva riferimento e cioè che il 65% delle donne che subisce violenza, ed è una violenza che dura mesi, non ne parla neanche con un’amica, con un familiare, con una sorella. E questo è il dato sicuramente più inquietante. Ugualmente inquietante che soltanto il 15% arriva a presentare una formale denuncia all’autorità giudiziaria, alle forze di polizia. Altrettanto significativo, e ci dovrebbe far riflettere molto sulla direzione intrapresa, il fatto che il 34% degli uomini che ammazzano le donne si suicida. Parto da quest’ultimo perché ci dice che lavorare esclusivamente sull’inasprimento delle pene e sull’istituzione di nuove fattispecie di reato non è stata e non si rivela ad oggi la scelta vincente. Abbiamo lavorato tantissimo in questa direzione in questi anni, abbiamo inasprito le pene ma come lei ricordava le donne continuano a morire, a morire per mano degli uomini e  a subire tante forme di violenza. Dobbiamo, dunque, lavorare su un altro fronte perché un uomo che si suicida, secondo noi, non credo si lasci intimorire dal fatto che può avere dieci anni  in più di carcere. Attenzione a pensare che sia un elemento deterrente quello dell’inasprimento delle pene. Questo dato ci racconta questo. Altri due dati ci dicono che sostanzialmente le donne fanno fatica ad avere fiducia, prima ancora che nelle istituzioni,  in generale nella società. Si sentono non credute, giudicate, talvolta colpevolizzate, fanno fatica ad emergere da quei percorsi. A volte fanno fatica anche a riconoscerlo. Questo è il dato culturale su cui l’intera società deve riflettere.

I: lei ha citato vari punti, uno più importante dell’altro. Ho dato uno sguardo anche “all’identikit” dell’uomo che esercita violenza ed è sempre più giovane. Si va dai 18 ai 39 anni, è inquietante questa cosa. Cosa muove questi giovani alla violenza?

V: secondo noi e secondo anche gli esperti che ci hanno aiutato a redigere questa indagine, c’è prima di tutto l’aspettativa sociale, cosa la società si aspetta da questi ragazzi e da questi uomini oggi. Gli stereotipi sessisti valgono per gli uomini ma valgono anche per le donne. Molto spesso dagli uomini ci si aspetta virilità, forza e questi uomini cercano di non deludere quest’aspettativa sociale e ad incarnare questo modello di maschio, macho anche esercitando questa forza. Per fortuna oggi questo stereotipo viene messo in discussione  dal fatto che le donne, anche se ancora con molta fatica, pretendono giustamente e iniziano a rivendicare la loro autonomia e libertà. Di fronte a questo tentativo di destrutturazione di questi stereotipi, gli uomini reagiscono con più violenza perché non si vogliono sottrarre. Certi uomini che fanno violenza pur vergognandosi di se stessi fanno fatica a chiedere aiuto, non arrivano mai a dire che hanno bisogno di un percorso di consapevolezza perché non vogliono rimandare alla società l’immagine di un uomo fragile oppure di un uomo che fa le  faccende di casa ma si vergogna di raccontarlo a un amico.

I: è un discorso culturale, dunque parlarne per far venire fuori queste fragilità che non sono segno di debolezza

V: assolutamente, significa solo essere imprigionati da stereotipi. Vorrei dire una cosa semplice sulla violenza maschile contro le donne: finiamola di parlare di raptus, di gesti improvvisi di rabbia. Non la derubrichiamo così. La violenza è un fenomeno non solo strutturale, sociale e quindi pubblico e non privato ma soprattutto è un fenomeno che non accade mai all’improvviso come un fulmine a ciel sereno. Abbiamo tanti segnali che possiamo leggere perché entro una dinamica di relazione il primo segnale è il controllo del telefono, il secondo segnale può essere il dove vai, la fatica di riconoscere spazi di libertà e il rispetto tra le parti, i ruoli che sono diversi ma perfettamente paritari. Con questa difficoltà dentro questo tipo di relazione nasce e cresce il seme della violenza che poi ad un certo punto può degenerare, non sempre per fortuna accade, ma se riconosciamo in tempo i segnali possiamo evitare un’escalation che porta poi a finali drammatici.

I: come invitare le donne a cambiare idea, dunque a denunciare, a parlare anche perché la violenza non è solo fisica ma anche psicologica, economica

V: intanto dire a tutte le donne di chiamare il 1522, sempre. Il numero le mette in contatto con il primo centro antiviolenza, quello più vicino al luogo dove si trova la vittima. Il centro anti violenza è il luogo più adatto per avviare un percorso, per chiedere aiuto, per avere una mano tesa. In quel luogo non ci sarà mai qualcuno che giudica, che colpevolizza ma operatrici pronte ad accogliere e a valutare con la donna il percorso che la donna sente più congeniale al suo stato d’animo. Sarà presa in carico dal punto di vista psicologico ed emotivo e supportata e mai costretta a fare qualcosa che la donna non vuole fare. Questo lo dobbiamo dire con chiarezza. Se vuole denunciare sarà accompagnata a sporgere denuncia, se vorrà aspettare e fare prima un percorso di consapevolezza farà questo.

I: a questo aggiungiamo che anche il sistema giustizia che deve evitare qualsiasi tipo di falla nelle leggi per poter difendere così le donne

V: più che le leggi è il modo in cui a volte vengono interpretate e qui forse dobbiamo lavorare sulla formazione e specializzazione degli operatori ma anche sul fatto che dentro le nostre aule di giustizia non devono esserci stereotipi e pregiudizi. E poi battaglia culturale.

I: Senatrice Valeria Valente, grazie di essere stata on noi. Buon lavoro

V: grazie a voi!

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