Ci sono date che non hanno bisogno di essere accompagnate da un anno. Basta pronunciarle e tornano alla memoria immagini, rumori, volti.
24 agosto 2016. Ore 3.36.
La terra cominciò a tremare nel cuore della notte. Una scossa di magnitudo 6 colpì l’Appennino centrale e in pochi, interminabili secondi Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e numerose frazioni vennero travolte. Alla fine le vittime sarebbero state 299 e centinaia le persone estratte vive dalle macerie. Ma i numeri, oggi, non bastano. Perché dietro quei 299 morti ci sono 299 vite, famiglie, fotografie, abitudini, voci. Ci sono persone che quella notte erano andate a dormire pensando al giorno dopo e che il giorno dopo non lo avrebbero mai visto. E c’è Amatrice, diventata il simbolo di una ferita che ancora oggi attraversa il cuore dell’Italia.
Dieci anni dopo, ricordare non significa soltanto tornare alle immagini dei palazzi crollati, delle strade spezzate, delle chiese distrutte. Significa provare ad ascoltare ciò che accadde dentro quelle macerie. Le voci di chi chiedeva aiuto. Il silenzio di chi non rispondeva. Il rumore degli uomini che scavavano con le mani e con gli strumenti, alla ricerca di un respiro. E soprattutto significa ricordare chi, quella notte, corse verso il pericolo mentre tutti gli altri cercavano di allontanarsene: I Vigili del Fuoco.
Sono loro i protagonisti di Salvare vite. Il terremoto di Amatrice e del Centro Italia raccontato dai vigili del fuoco, il libro scritto da Luca Cari, dirigente del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e responsabile della comunicazione. Il volume, pubblicato da Mondadori, raccoglie dieci storie vere di soccorso e restituisce la parola agli uomini che entrarono nelle zone devastate nelle primissime ore del terremoto. Salvare vite prova a restituire un volto umano a ciò che spesso ricordiamo soltanto attraverso le immagini televisive. Cari racconta la paura, la corsa verso le zone colpite, la ricerca tra le macerie, la speranza di trovare qualcuno ancora vivo. E racconta anche qualcosa che spesso dimentichiamo: che per chi salva una vita la gioia è immensa, ma altrettanto immenso può essere il dolore quando, tra quelle macerie, non c’è più nulla da fare.
Sono passati dieci anni, ma quella notte non è mai davvero finita. Resta nelle famiglie che hanno perso qualcuno. Resta negli occhi di chi è sopravvissuto. Resta nella memoria dei soccorritori. Resta nelle parole di chi, come Luca Cari, ha scelto di raccontarla perché non venisse consegnata soltanto agli archivi della storia. Perché ricordare, a volte, significa anche salvare. Salvare vite, allora. Salvare la memoria, oggi.
E proprio questa mattina abbiamo parlato con Luca Cari di quella notte e di quelle storie.