Roberto Saviano: “Sono ancora vivo e posso gridare che la parola è uno strumento potente”

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Dopo 13 anni, giustizia è fatta per Roberto Saviano e Rosaria Capacchione. Nel 2008, lo scrittore e la giornalista furono minacciati nell’aula del Tribunale di Napoli dall’avvocato del boss Bidognetti. Si stava svolgendo il maxi processo Spartacus e durante un’udienza, il legale Michele Santonastaso lesse una istanza di rimessione del processo in cui si diceva che Saviano e Capacchione avessero influito i giudici con i loro scritti. Dopo 13 anni, la Quarta sezione del Tribunale di Roma ha condannato Bidognetti ad un anno e mezzo di carcere e a due mesi l’avvocato. L’accusa è minacce dal metodo mafioso. A Radio Kiss Kiss Italia ne abbiamo parlato con Roberto Saviano

Ida: buongiorno Roberto

Saviano: eccomi, buongiorno!

I: come stai?

S: resisto!

I: e con un sorriso che dice tutto

S: eh sì! E’ stata lunga, è stata complicata. La cosa più complicata è poi comunicare questa sentenza e questo processo, provare ad esprimere quanto davvero significhino non solo individualmente ma davvero per la lotta alle mafie. Per la prima volta una sentenza ha mostrato che un legale è stato utilizzato direttamente da un capoclan per fare una minaccia, per dare un segnale fortissimo. In pratica cosa hanno detto tra l’altro utilizzando uno spazio del Tribunale? Hanno detto ” se dovessimo avere le condanne confermate, questi sono i nostri bersagli”. Quindi hanno usato in realtà i nostri corpi un po’ come ostaggi. Noi identifichiamo loro. E poi tutta una serie di accuse, che sono quelle tipiche da ha inventato, ha detto, hanno attirato luce per loro fini professionali. Insomma hanno condizionato l’opinione pubblica e quindi li consideriamo bersagli. Dopo di che è complicato anche raccontare perché un boss con più ergastoli come Bidognetti ( ai vertici della camorra da sempre), l’uomo della Terra dei Fuochi che sposta l’asse di business dei clan dal cemento al narcotraffico classico al traffico dei rifiuti tossici abbia fatto ciò. La domanda è perché? Si è difeso per tredici anni per una condanna irrisoria per un pluricondannato all’ergastolo come lui. E qui c’è la grande risposta ovvero togli a un boss la capacità di intimidire e gli hai tolto il capitale più importante, lui non voleva che fosse detto che era una minaccia perché quella minaccia era andata a vuoto. Una volta che gli togli questo, la paura è che i rivali, i concorrenti, i competitor considerino sostanzialmente il suo potere ormai svuotato.

I: insomma il potere della parola fa paura

S: sì, questo è l’altro elemento che vorrei tanto che arrivasse. Un clan multimilionario con una capacità di intimidazione militare importantissima, con una struttura di legami politici imprenditoriale vastissima teme poi gli articoli, teme la narrazione, il racconto empatico. E perché dico questo? Perché nell’accusa che mi hanno rivolto dicevano romanziere come se dicessero un fesso, un ingenuo, un imbroglione, non sta facendo il suo lavoro che è stato tra l’altro il tema di tutto il dibattimento da parte della loro difesa. Fai bene il tuo lavoro che significa fai la cronaca. Viene arrestato qualcuno, dai la notizia. Viene ammazzato qualcuno, dai la notizia ma non mettere insieme le cose, non andare oltre, non travalicare questo perimetro. Anche questo è interessantissimo. Loro non è che pretendono che ci sia il silenzio su quello che fanno…

I: ma è la narrazione che se ne fa, lo storytelling che si costruisce.

S: esatto

I: cosa ha significato tutto questo per te, lo sappiamo molto bene. Questi tredici anni quanta rabbia ti hanno lasciato? C’è stato anche chi ha messo in discussione la scorta che ti hanno affidato

S: quindici di scorta e tredici di questo processo. La vicenda della scorta fa davvero un momento bassissimo della politica italiana. La scorta non è un privilegio, io non vedo l’ora di perderla. E’ un dramma, è qualcosa che ti viene dato perché è necessario e soprattutto per togliertela c’è bisogno di un percorso di silenzio altrimenti diventi un bersaglio,. Piano piano si fa così con tutti. Quando viene rimossa c’è un percorso graduale e in silenzio. A parte questo, rimane un senso di colpa. È strano da dirsi. E’ un senso di colpa verso me stesso, se mi fossi arreso e in questo caso non ha un significato negativo ma è come dire basta, è troppo più grande di me, non è che ho tradito chissà quale causa. Ad un certo punto uno dice c’ho provato, ho insistito, mi sono messo in gioco però poi basta, devi salvarti la vita. E invece hai la sensazione che per ambizione che poi io ho o quanto meno ho avuto è davvero di poter cambiare. La missione è più grande di quella di vendere libri o affermarsi. E’ molto più grande, è quella di pensare “io sono così abile le mie parole sono così importanti che riuscirò a scardinare questa infamia”. A quel punto io, mentre la Presidentessa del Tribunale leggeva la sentenza, mi sono detto è valsa la pena stare chiuso, come in questo istante in cui sto parlando? E’ valsa la pena stare chiuso tanto tempo, avere una vita sorvegliata non solo dai tuoi uomini che ti proteggono ma da tutti quelli che ti vogliono vedere che stai cadendo, che ti vogliono fotografare sbronzo, che sperano che fai una fesseria in ogni istante per poter mettere in crisi tutto ciò che hai detto? Ne è valsa la pena? La risposta è no, non è valsa la pena. Parlo per la mia vita, è valsa la pena per la lotta e per il significato che ha avuto

I: come fai a resistere?

S: io non so tanto bene. Non lo so. Per trovare una risposta scientifica, come faccio per i temi, quando deciso di studiare qualcosa per cui devo completare la bibliografia su quella cosa, allo stesso modo qui reggo perché la battaglia diventa quasi più grande di tutto ciò che mi viene tolto. Dopo di che si sta male, nel senso che il tuo corpo lo sente tantissimo, patisci fisicamente con le insonnie, i calcoli renali. E’ da quando avevo 26 anni che entro in questo disastro. Non c’è quindi, secondo me, una formula per resiste. Vai avanti e basta.

I: Gridalo

S: questa volta sì, posso davvero gridare che sono ancora vivo e posso ancora gridare che la parola è lo strumento incredibilmente potente che mette paura a questi poteri

I: Roberto Saviano, grazie di aver viaggiato a bordo del Treno delle 8

S: Grazie a voi

 

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